"La mia donna fantastica in cerca d’identità": Sebastian Lelio ci parla del suo film premiato alla Berlinale 2017

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"La mia donna fantastica in cerca d’identità": Sebastian Lelio ci parla del suo film premiato alla Berlinale 2017

Il cinema cileno negli ultimi anni si è fatto valere nei grandi festival internazionali, dimostrando una vivacità particolare. Se probabilmente il nome più notevole è quello di Pablo Larrain, Sebastian Lelio ha trasformato la Berlinale in terreno di conquista, con un premio per la protagonista di Gloria, Paulina Garcia, e l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura per Una donna fantastica, che rappresenterà il Cile ai prossimi Oscar e uscirà nelle nostre sale il prossimo 19 ottobre, distribuito da Lucky Red.

Si tratta dell’appassionante storia, incrocio di molti generi, di una giovane transgender, Marina, fra le cui braccia muore il suo compagno, più anziano di una ventina d'anni. La famiglia renderà particolarmente difficili i giorni successivi, aumentando la drammaticità del lutto subito. Abbiamo incontrato Sebastian Lelio a Roma, parlando del film in uscita, con qualche digressione sull’atteso Disobedience, che sarà nelle nostre sale l’anno prossimo.

Le sue sono sempre storie al femminile: Gloria, ora Una donna fantastica e Disobedience, con Rachel Weisz e Rachel McAdams, visto a Toronto. Da cosa è partito in questo caso?

Sono partito dalla premessa di raccontare cosa sarebbe accaduto se la persona che ami muore fra le tue braccia; è il posto peggiore, perché in aggiunta non sei gradito dalla famiglia che non ti vuole intorno. Poi durante il processo di scrittura abbiamo avuto l’idea che fosse una donna transgender e abbiamo cercato l’interprete giusta, fino a trovare la fantastica Daniela Vega. Mi sono reso conto che non avrei fatto il film senza un transgender, e lei era perfetta. Ho cercato di fare un film su un uomo, ma alla fine è venuta fuori sempre una protagonista donna [ride ndr.]. Non so perché, mi rendo conto che c’è un percorso fra i tre film, ma non è pianificato, nonostante alcuni mi parlino di trilogia.

La famiglia ha un ruolo chiave, più un nemico da fronteggiare che un rifugio.

Come la tua cultura, la tua famiglia ti forza a vedere la realtà con dei preconcetti. Per rendertene conto, e alla fine superarli, devi creare della distanza. Se vuoi vedere quali sono le verità basilari che la tua cultura dà per scontate devi viaggiare e quando visiti altre culture te ne rendi conto, e questa distanza crea chiarezza. Credo che per la famiglia sia la stessa cosa, gli devi la vita, ma allo stesso modo per essere veramente vivo devi sbarazzartene.

Vale anche per il regista? Per questo ha diretto un film in inglese con un cast di star?

Penso di sì, è un modo di creare distanza e guardare le cose con occhi nuovi. Vivo da alcuni anni a Berlino e penso al mio Paese ogni giorno, ma la cosa paradossale è che vivere lì mi ha permesso di guardare al Cile con uno sguardo nuovo.

Il suo è un cinema di immagini più che di dialoghi. In questo film, così come in Disobedience, il corpo, i vestiti, i capelli, hanno un ruolo centrale. Nel primo caso comunicano malizia, nel secondo nascondono totalmente la sessualità. È una sua ossessione?

Ora che me lo dice… hanno in comune l’essere film sull’identità e sulle origini, su quello a cui obbedisci. La società obbliga la Marina di Una moglie fantastica a comportarsi in un certo modo o è lei a seguire la sua voce interiore? La stessa cosa per Ronit, il personaggio di Rachel Weisz in Disobedience, che asseconda il suo animo ribelle, perdendo in questo modo le sue origini, distorcendo la sua identità. Invece Rachel McAdams obbedisce alle regole, ma in questo modo perde se stessa. Ancora un volta: le regole contro il desiderio, la società contro la libertà individuale. L’identità è qualcosa che puoi modellare. Il corpo è un terreno di battaglia politico.

Nei suoi film la musica ha un ruolo importante, spesso dice di più rispetto alle parole. Qual è il suo approccio?

Amo la musica nei film, non la considero la visita di un’altra forma d’arte al cinema, ma una parte importante come i dialoghi, i corpi, le mura, elemento integrante della struttura del film. Recentemente sto utilizzando molto di più colonne sonore strumentali rispetto a prima, Gloria era un film senza score, ma solo con canzoni, ma gli ultimi due hanno una partitura orchestrale vera e propria, il che mi piace molto e per me è una cosa nuova, mi mette in relazione con un’idea classica di cinema. Crea una facciata di classicismo, ma con all’interno qualcosa di diverso che vibra.

Lei è un regista più globale che locale, nel senso che i suoi film non hanno troppi riferimenti alle radici del suo Cile, ma potrebbero essere ambientati ovunque. Pensa che in futuro saranno più presenti Santiago o il suo Paese?

Ho imparato che l’unica maniera per essere davvero universale è essere iper specifico. Gloria e Una donna fantastica in molte maniere sono molto specifici; anche se potrebbero essere ambientati in qualsiasi altra città sono radicati in quella realtà particolare. Se c’è dell’universalità in questo film è in parte perché non sono sospesi in aria. 




Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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