Intervista a Delmoro, che ci presenta Il Primo Viaggio

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Intervista a Delmoro, che ci presenta Il Primo Viaggio

Tra i tanti artisti che cercano di farsi ascoltare e scoprire nell’immenso etere internettiano, ci siamo recentemente e piacevolmente imbattuti in Mattia Del Moro, in arte Delmoro, musicista giramondo vicino a pubblicare il suo album di debutto in italiano, intitolato “Il Primo Viaggio”. Classe 1985, nato e cresciuto a Tolmezzo, in provincia di Udine, Delmoro è da poco tornato nella sua terra natìa dopo aver vissuto a Lisbona, Copenaghen e Londra, e dopo aver ampliato le sue esperienze musicali con una serie di progetti coevi, prima di lanciarsi in una carriera da solista. Nelle scorse settimane ha debuttato sul mercato italiano pubblicando due singoli, “Non sento bene” e “Fuji”, tratti dal concept album di cui sopra, “Il Primo Viaggio”, in uscita a fine aprile, che racconta la storia di un padre che decide di radunare la moglie, il figlio e la figlia trentenni per fare un viaggio, il primo insieme dal raggiungimento dell'età adulta dei figli. Mattia ci ha parlato del suo progetto, delle sue esperienze passate e dei suoi prossimi obiettivi in una lunga intervista telefonica, che vi riportiamo di seguito con la speranza che vi invogli ad ascoltare la sua musica. 



- Innanzitutto, parliamo del tuo concept album di prossima uscita.

Sì, racconta la storia di una famiglia che decide di fare un viaggio insieme, dopo tanto tempo. Sono un fratello, una sorella, il padre e la madre. Ogni canzone è un dialogo tra i diversi membri della famiglia. Per ora sono uscite due canzoni, la prima si intitola “Non sento bene”, che è un po’ un antefatto in cui la sorella telefona al fratello e lo informa del viaggio - e già da lì si capiscono un po’ di vicissitudini familiari. Il secondo brano pubblicato, “Fuji”, è sempre un dialogo tra fratello e sorella, ambientato in una sera in cui si trovano a mangiare in un sushi bar e si confrontano di nuovo. Sono dinamiche che non seguono un ordine cronologico: l’idea è quella di fare episodi intrecciati l’uno con l’altro, che però mantengano una propria autonomia.

- Hai preso spunto da episodi autobiografici oppure hai creato questa storia da zero?
Per me la famiglia è sempre stata teatro di molte riflessioni. Io ho una famiglia molto piccola, non avendo né fratelli, né sorelle. Quindi l’aspetto autobiografico è proprio questo: il fatto di non avere avuto un compagno o una compagna di crescita all’interno di una famiglia, mi ha sempre fatto pensare a come sarebbe stato averlo. Quindi l’idea di aggiungere un elemento in più all’interno della famiglia, una sorella, era un modo per immaginare dei dialoghi che un fratello e una sorella avrebbero avuto. 

- In quanto tempo hai realizzato questo album?

Nove mesi. La scrittura andava di pari passo alla produzione. Per questo lavoro ho passato diverse ore e giorni al piano e a cantare, ma c’è stato anche un gran lavoro sugli aspetti di produzione e di scrittura.

- Anche perché questo è il tuo primo album in italiano.
Sì, ho sempre scritto un inglese. Questo disco infatti l’ho scritto all’estero, l’anno scorso, mentre ero a Londra. Poi ho deciso di rientrare in Italia per seguire questo lavoro da vicino e anche per una questione affettiva, di mancanza.

- Ed è stato difficile passare ad esprimersi musicalmente nella tua lingua madre o ti è venuto naturale?

È stato difficile, soprattutto all’inizio. La differenza sta proprio nella sonorità delle due lingue, e la cosa che mi ha affascinato subito dell’italiano in musica è che è composto da parole generalmente con più sillabe di quelle inglesi. Quindi i giochi ritmici che si possono fare, spesso proprio con l’alternanza di consonanti e vocali, sono molto interessanti. Ho cercato di partire da questo aspetto sonoro della lingua. La parte difficile è stata la scelta delle parole, perché io sono legato a degli ascolti provenienti dal passato della musica italiana e se vai a vedere i testi di certe canzoni degli anni ’70 e ’80, ci sono molte parole che forse sono cadute un po’ in disuso. Solo che al tempo stesso non volevo usare delle parole troppo legate allo slang contemporaneo, quindi ho cercato per tanto tempo un equilibrio tra il parlato di oggi e quello del passato.

- Cosa rappresenta la copertina?

Tutto l’aspetto grafico del disco si basa su questi bozzetti che faccio sempre io, ognuno legato ad un brano diverso del disco. Io ho studiato architettura e quindi volevo unire questo tipo di lavoro grafico alla mia musica, al mio immaginario sonoro. Gli episodi della storia che racconto sono facilmente immaginabili, ma volevo dare all’ascoltatore un po’ più di coordinate visive con questa grafica. La copertina quindi raffigura questa famiglia in un momento in cui si gode questa vacanza: si vede l’albergo e la piscina in cui il fratello si è appena tuffato.

- Il fatto che ogni canzone rappresenti un episodio, mi fa pensare che tu sia un appassionato di serie tv o di cinema...

La cosa strana è che non sono appassionato di serie tv e non ne guardo mai! (ride) Però sono un appassionato di cinema.

- Quali registi in particolare?

Tutto il rinascimento post anni ’50 italiano, quindi da Dino Risi a Ettore Scola, da Fellini a Elio Petri... è un patrimonio che io continuo ad esplorare, essendo molto vasto. Abbiamo prodotto tantissimo cinema in quegli anni. Di registi contemporanei, adesso non mi vengono in mente nomi, ma non mi fermo solo al cinema del passato ovviamente.

- Quando hai iniziato a suonare?  

Ho iniziato prima a suonare il pianoforte con mia zia, da bambino, in modo molto svogliato. Poi ho avuto il classico passato dei musicisti, quando incontri le chitarre elettriche a 12 anni e pian piano muovi i primi passi in quelle che sono le cose che senti più vicine ai tuoi gusti. Ho iniziato a scrivere canzoni con più cognizione di causa intorno ai 23 anni, poi ho pubblicato il mio primo disco a nome Brown and the Leaves, che era in inglese, ed era molto legato a cantautori come Nick Drake.

- Hai vissuto sia a Lisbona che a Copenaghen e poi a Londra. Come mai questi traslochi?

Lisbona è stata una tappa legata al mio percorso universitario, era per scrivere la tesi insieme ad un mio compagno di studi. Lì c’è stata comunque una grande influenza musicale, perché ho conosciuto tanti artisti brasiliani, autori e compositori meravigliosi. Poi sono rientrato in Italia per prendere la laurea, dopo di che, sempre per un percorso legato all’architettura, sono andato a Copenaghen e anche lì musicalmente ho conosciuto molte cose scandinave, di musica elettronica, che già ascoltavo un po’. Dopo di che sono andato a Londra con l’intenzione di fare un’esperienza musicale più concreta, visto che è un posto che può offrire tanto. Infatti è stato così: lì ho conosciuto un musicista italiano, che si chiama Andrea Tirone, che lì ha iniziato un progetto che si chiama Mind Enterprises, con cui poi ha firmato per un’etichetta abbastanza importante, la Because Records. Insieme a lui e ad altri musicisti ho seguito la parte live. del progetto. Poi la mia esperienza musicale a Londra si è conclusa con la scrittura di questo disco, che mi ha riportato in Italia qualche mese fa. Long story short! 

- Come ti aspetti che reagisca il pubblico italiano al tuo album?

Mi piacerebbe che le persone spendessero un po’ di tempo dentro questo lavoro. Io ho fatto una scelta, forse un po’ rischiosa, che è quella di chiedere all’ascoltatore parecchia attenzione, perché penso che un disco del genere, con tutto il suo immaginario, abbia bisogno di tempo per essere esplorato. Quindi io chiedo... chiedo? Non chiedo niente in realtà... Mi rivolgo più che altro alle persone che hanno voglia di spendere del tempo e di cercare di capire un po’ di più un lavoro che ha anche la sua complessità. Anche io sono un ascoltatore bulimico e spesso non do l’attenzione che vorrei a certe cose, ma poi mi rendo conto che ne meritano molta di più.

- Dovranno fare molta attenzione ai testi, considerando che canti in un modo quasi sussurrato.

Sì, ragiono un po’ più da musicista che da cantautore, in generale. Il testo per me è molto importante, ma alla fine si fa musica quindi la voce deve essere uno strumento. La mia visione della musica è proprio questa: non sono un grande fan del cantautorato che ha la parola non solo al centro, ma anche quasi come fosse un dittatore rispetto a tutto il resto. A me piace quando tutto suona, quando tutto ha una sua dimensione sonora.

- Per i live hai già un’idea della formazione che porterai?

La band è in formazione, ma parallelamente vorrei fare anche dei concerti più intimi, in piano e voce. Infatti domani, mercoledì 21 marzo, ci sarà la prima presentazione a Milano, alla Santeria Paladini, e sarò da solo, una dimensione che mi piace molto. Poi ovviamente, insieme agli altri musicisti, durante i concerti cercherò di seguire molto la produzione del disco, ma non replicandola e basta, dandole un’altra dimensione ancora, per vedere cosa può nascere. È sempre una nuova avventura, qualsiasi cosa si aggiunga al lavoro!

- Benissimo! Allora ti aspettiamo anche a Roma!
Grazie, non vedo l'ora di venire anche lì.




Federica Carlino
  • Giornalista pubblicista specializzata in comunicazione musicale e televisiva
  • Consulente musicale
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